Il figlio dei fiori
- Ragù Poetico

- 2 mag 2020
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 12 nov 2020

Cynara Scolymus - Il Carciofo
Quel mattino un'aria silenziosa avvolge la campagna, interrotta soltanto qua e là dall’armonioso cinguettare delle rondini che volteggiano amorose. Anche le snelle cime dei cipressi che si ergono maestose al margine del grande cortile, solitamente ballerine nella brezza del mattino, sembrano sorridere immobili in quell’atmosfera di assoluta tranquillità. Sul prato gocce di rugiada aggrappate ad invisibili filamenti tesi tra primule e fili d’erba, riflettono la luce del sole facendosi abito di effimeri arcobaleni e dando l’impressione di esser gocce di colore ad olio aggrappate ad una tela. Il cuoco e il poeta siedono nel gazebo per la colazione all’ombra dell’edera e del glicine fiorito; nel discorrere del più e del meno fan delle pause lasciando che il loro sguardo abbandoni le delizie sistemate sul tavolino per vagare libero sul prato, ammiccando allo sbocciar dei fiori o mescolandosi ad un mulinello di farfalle per inseguirle fino a perdersi nelle tinte azzurre del cielo.
Durante una di queste pause irrompe, inaspettato, il suono del campanello che riecheggiando nella grande sala esce dal portone spalancato sul cortile, raggiungendoli al loro desinare.
<Aspettiamo qualcuno?> domanda il cuoco.
Il poeta dopo una pausa di disappunto, s’illumina in volto.
<Ma certo è lui! È arrivato finalmente!> esclama.
Senza lasciar tempo al cuoco di domandargli chi o cosa fosse arrivato, si alza da tavola in tutta fretta iniziando a correre in direzione dell’ingresso.
Nel compiere il gesto atletico tuttavia non ha la minima intenzione di separarsi dalla sua colazione: un tortino ai mirtilli che tiene ben saldo nella mano destra dal momento che la sinistra è deputata all’uso della penna e il poeta fa attenzione a mantenere ben distinti il gesto divino del componimento poetico e quello dell’umano ingozzamento; dopotutto gli vien comodo mentre compone i suoi versi di mancina, addentare questo o quello di destra.
Così nell’atto della corsa focalizza lo sguardo sulla glassa viola dipinta ad arte sul supporto di pastafrolla e dimentica la salita del solito gradino che separa il cortile dal pavé; gradino che si trovava nella medesima posizione quando il suo bis-bisnonno fece costruire la villa poco più di cent’anni prima di quel giorno.
Il cuoco, che nel frattempo non ha smesso di osservare la scena consapevole del finale con il botto, continuando a sorseggiare il suo caffè al cardamomo vede sparire il Poeta nella siepe di alloro e con fare tranquillo, per niente scosso dall’accaduto domanda:
<Tutto bene poeta?>
<Tutto bene! Sto bene, è stata una svistaaa…maaa…dunque, cosa stavo facendo? Ero lì…il tortino…poi un attimo dopo…> borbotta tra sé e sé tastandosi il petto per verificare che le sue costole siano tutte in ordine.
Ed ecco che la glassa di mirtilli assomiglia ora ad un olio su tela di van Gogh e con il medesimo spessore nella pennellata dipinge a pois violetti la camicia color crema del poeta.
<Ottimo abbinamento di colori, sembri un quadro o una tartellette con crema ai frutti di bosco!> lo schernisce il cuoco dalla sua seduta.
Un secondo rintocco del campanello riporta il poeta alla realtà.
<Ah! È arrivato> ribadisce con tono sommesso e avviandosi questa volta con eleganza regale assicura <Vado ad accogliere il nostro ospite.>
<Come sarebbe, il nostro ospite?!> ribatte il cuoco <non mi avevi avvertito che avremmo avuto visite ed ora chiamandolo ospite, vorresti forse dire che si fermerà qui a cena?> conclude con tono di disapprovazione.
Il poeta nel frattempo è sparito dietro al grande portone portando con sé un flebile:
<Ne parleremo più tardi!>
In fondo al viale cinto da querce secolari si erge il cancello in ferro battuto su cui dimorano, splendidamente scolpite nel metallo, le iniziali di Villa Sofia in onore della donna che rubò il cuore al bis-bisnonno del poeta portandolo con sé in questo angolo di paradiso, mettendogli un po’ di sale in zucca e convincendolo a metter su famiglia; impresa tutt’altro che facile visti i trascorsi da giramondo senza meta alla ricerca di fortuna e belle compagnie di cui era solito vantarsi il nonno. Dopotutto, anche lui come il nipote, era uno scrittore sempre in cerca a modo suo d’ispirazione per la penna.
Al di là del cancello l’ospite attende a bordo della sua vettura mentre con fare tranquillo e misurato osserva lo smisurato incanto del luogo. Varcato il cancello, nel percorrere il maestoso viale, per un attimo ha come l’impressione di aver fatto un salto nel passato. La natura e la pace che regnano in quel luogo sono senza tempo e quanto di più lontano dal suo abitudinario trantran cittadino.
<Artista! Finalmente ci incontriamo nuovamente dopo lungo tempo> lo accoglie il poeta.
<Caro poeta, come stanno le tue parole?> domanda l’artista abbracciando con entusiasmo l’amico.
Nel frattempo il cuoco, abbandonato il tavolo della colazione e avvicinatosi quatto quatto alla porta d’ingresso, osserva la scena in incognito dalla penombra del disimpegno.
<Un’artista?!> bisbiglia avvilito tra sé e sé avviandosi verso i suoi locali. <E adesso cosa preparo per cena? Se ha le stesse frivolezze del poeta in quanto a gusto, andiamo bene! C’è un giorno dico io, in cui si può star tranquilli ai propri fornelli?> e rintanatosi nella cucina pone fine alle sue elucubrazioni.
Più tardi quel pomeriggio, dopo aver passeggiato per la campagna nei dintorni della tenuta scaldati dal sole gentile di primavera, scambiando aneddoti su faccende artistiche e fallimenti amorosi, i due amici si avviano lungo il sentiero che attraverso i campi conduce ad un prato sul retro della villa; qui noci secolari e aceri campestri dimorano su un tappeto di petali variopinti.
<Aspetta! Amico mio vorrei trattenermi ancora un attimo per osservare questo arcobaleno floreale. Sto acquerellando una nuova serie di opere e qui potrei trovare l’ispirazione che cercavo.>
<Fai con comodo artista. Questo luogo è pura ispirazione in ogni angolo. Approfittane! Io raggiungo il cuoco in cucina per decidere insieme della cena, sei nostro ospite questa sera.>
<Ti ringrazio di cuore. Mi vedrai di ritorno quando lo stomaco comanderà.>
Intanto in cucina il cuoco sta armeggiando con le verdure appena raccolte. Tra le altre performance la più teatrale la esegue proprio mentre il poeta si accinge a fare il suo ingresso quando, usando un carciofo come microfono, intona a squarciagola il ritornello di “Don’t Stop Me Now”. Non appena il poeta apre la porta di servizio udendo le qualità canore del cuoco si arresta sull’uscio mentre un brivido gli corre lungo la schiena. Ed ecco che il cuoco, riaprendo gli occhi dopo lo sforzo iniziale fatto per raggiungere la nota acuta, si accorge di non essere più solo e paralizzandosi sulla vocale aperta rimane di stucco senza mutare d’espressione: osserva prima il poeta, poi il carciofo stretto da entrambe le mani all’altezza del suo naso e poi nuovamente l’amico, che ora ride divertito.
<Beh! Dunque dimmi, questo artista che gusti ha?> domanda il cuoco tentando di divincolarsi dall’imbarazzo.
<Non saprei! Ma potresti chiedergli di mostrarti uno dei suoi acquerelli. Potrebbe aiutarti a capire che tipo è, ispirando la tua mano nel creare il piatto giusto per lui> suggerisce il poeta .
<Sì, è una buona idea poeta. Ma dov’è adesso?>
<Raccoglie fiori nel parco dei noci per una nuova serie di dipinti che sta realizzando.>
<Quindi gli piacciono i fiori> asserisce riportando la sua attenzione sul carciofo. <Interessante! Forse ho già quello che fa per lui> esclama deciso e senza lasciar spazio a questioni, intima al poeta di lasciarlo solo nell’atto creativo.
<Si cena alla solita ora, avvisa il tuo amico che non sono ammesse deroghe> decreta estraendo il coltello dal ceppo e apprestandosi ad iniziare l’opera.
Il poeta esce dalla cucina con fare rassegnato; sa bene che quando il cuoco è al lavoro non ama essere interrogato. Dunque accosta la porta senza fare rumore, attraversa il corridoio che immette nel salone e prende in direzione dello studio.
All’ombra di un vecchio noce nella tranquillità del tardo pomeriggio l’artista ha aperto un cavalletto in legno, che porta sempre con sé nello zaino e fissato un supporto per acquerello osserva il prato, rapito dai colori. In uno stato di veglia incosciente estrae pennelli e pastiglie di tempera dall’astuccio. Ed ecco che bagna, mescola, impasta, diluisce e stende le tinte accarezzando la carta con il pennello. Pone il suo nome d’arte a lato scritto in lettere maiuscole con la china nera ed è fatta. Pulisce accuratamente i suoi strumenti e nel godere dell’atto rituale respira l’aria fresca della sera, che incomincia ad attenuare le differenze cromatiche del paesaggio. Soddisfatto della giornata, sazio d’ispirazione e vuoto di pancia si avvia verso la cena.

Bloom - Illustrato da Heima_____
Dalla cucina esce trionfale, a braccetto con un profumo inebriante, la voce del cuoco:
<A tavola!>
Dal tono della chiamata il poeta intende che l’opera dell’amico è ben riuscita e nel suo stomaco sa che il desinare sarà lieto.
Ed ecco il cuoco uscire dalla cucina mentre regge due piatti nella sinistra ed il terzo nella destra. Nel servire i commensali lascia che le tensioni del giorno escano dal cuore per scivolare lungo il suo camice e facendo capolino dall’orlo, cadano nel pavimento sotto i suoi piedi.
<Il poeta mi ha spesso parlato di te dicendomi che sei un ottimo amico nonché un maestro dell’arte culinaria> lo lusinga l’artista <penso che potrei trovare ispirazione nella tua cucina.>
<Come io nei tuoi acquerelli> ribatte con gentilezza il cuoco posando il piatto guarnito di fronte all'ospite.


Il carciofo alla giudia
Ed eccoli tutti e tre attorno alla tavola a gozzovigliare con le delizie preparate dal cuoco, allietati dal poeta che decanta in versi l’allegro banchetto mentre l’artista mostrando i suoi quadri riempie i loro occhi di colori cangianti e i bicchieri di rosso vino.
Buon appetito






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