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Ricette e racconti

A tavola con il Cuoco e il Poeta

Aggiornamento: 12 nov 2020

Cynara Scolymus - Il Carciofo


Quel mattino un'aria silenziosa avvolge la campagna, interrotta soltanto qua e là dall’armonioso cinguettare delle rondini che volteggiano amorose. Anche le snelle cime dei cipressi che si ergono maestose al margine del grande cortile, solitamente ballerine nella brezza del mattino, sembrano sorridere immobili in quell’atmosfera di assoluta tranquillità. Sul prato gocce di rugiada aggrappate ad invisibili filamenti tesi tra primule e fili d’erba, riflettono la luce del sole facendosi abito di effimeri arcobaleni e dando l’impressione di esser gocce di colore ad olio aggrappate ad una tela. Il cuoco e il poeta siedono nel gazebo per la colazione all’ombra dell’edera e del glicine fiorito; nel discorrere del più e del meno fan delle pause lasciando che il loro sguardo abbandoni le delizie sistemate sul tavolino per vagare libero sul prato, ammiccando allo sbocciar dei fiori o mescolandosi ad un mulinello di farfalle per inseguirle fino a perdersi nelle tinte azzurre del cielo.

Durante una di queste pause irrompe, inaspettato, il suono del campanello che riecheggiando nella grande sala esce dal portone spalancato sul cortile, raggiungendoli al loro desinare.


<Aspettiamo qualcuno?> domanda il cuoco.

Il poeta dopo una pausa di disappunto, s’illumina in volto.

<Ma certo è lui! È arrivato finalmente!> esclama.


Senza lasciar tempo al cuoco di domandargli chi o cosa fosse arrivato, si alza da tavola in tutta fretta iniziando a correre in direzione dell’ingresso.

Nel compiere il gesto atletico tuttavia non ha la minima intenzione di separarsi dalla sua colazione: un tortino ai mirtilli che tiene ben saldo nella mano destra dal momento che la sinistra è deputata all’uso della penna e il poeta fa attenzione a mantenere ben distinti il gesto divino del componimento poetico e quello dell’umano ingozzamento; dopotutto gli vien comodo mentre compone i suoi versi di mancina, addentare questo o quello di destra.

Così nell’atto della corsa focalizza lo sguardo sulla glassa viola dipinta ad arte sul supporto di pastafrolla e dimentica la salita del solito gradino che separa il cortile dal pavé; gradino che si trovava nella medesima posizione quando il suo bis-bisnonno fece costruire la villa poco più di cent’anni prima di quel giorno.

Il cuoco, che nel frattempo non ha smesso di osservare la scena consapevole del finale con il botto, continuando a sorseggiare il suo caffè al cardamomo vede sparire il Poeta nella siepe di alloro e con fare tranquillo, per niente scosso dall’accaduto domanda:


<Tutto bene poeta?>

<Tutto bene! Sto bene, è stata una svistaaa…maaa…dunque, cosa stavo facendo? Ero lì…il tortino…poi un attimo dopo…> borbotta tra sé e sé tastandosi il petto per verificare che le sue costole siano tutte in ordine.


Ed ecco che la glassa di mirtilli assomiglia ora ad un olio su tela di van Gogh e con il medesimo spessore nella pennellata dipinge a pois violetti la camicia color crema del poeta.


<Ottimo abbinamento di colori, sembri un quadro o una tartellette con crema ai frutti di bosco!> lo schernisce il cuoco dalla sua seduta.


Un secondo rintocco del campanello riporta il poeta alla realtà.


<Ah! È arrivato> ribadisce con tono sommesso e avviandosi questa volta con eleganza regale assicura <Vado ad accogliere il nostro ospite.>


<Come sarebbe, il nostro ospite?!> ribatte il cuoco <non mi avevi avvertito che avremmo avuto visite ed ora chiamandolo ospite, vorresti forse dire che si fermerà qui a cena?> conclude con tono di disapprovazione.


Il poeta nel frattempo è sparito dietro al grande portone portando con sé un flebile:

<Ne parleremo più tardi!>


In fondo al viale cinto da querce secolari si erge il cancello in ferro battuto su cui dimorano, splendidamente scolpite nel metallo, le iniziali di Villa Sofia in onore della donna che rubò il cuore al bis-bisnonno del poeta portandolo con sé in questo angolo di paradiso, mettendogli un po’ di sale in zucca e convincendolo a metter su famiglia; impresa tutt’altro che facile visti i trascorsi da giramondo senza meta alla ricerca di fortuna e belle compagnie di cui era solito vantarsi il nonno. Dopotutto, anche lui come il nipote, era uno scrittore sempre in cerca a modo suo d’ispirazione per la penna.

Al di là del cancello l’ospite attende a bordo della sua vettura mentre con fare tranquillo e misurato osserva lo smisurato incanto del luogo. Varcato il cancello, nel percorrere il maestoso viale, per un attimo ha come l’impressione di aver fatto un salto nel passato. La natura e la pace che regnano in quel luogo sono senza tempo e quanto di più lontano dal suo abitudinario trantran cittadino.


<Artista! Finalmente ci incontriamo nuovamente dopo lungo tempo> lo accoglie il poeta.


<Caro poeta, come stanno le tue parole?> domanda l’artista abbracciando con entusiasmo l’amico.


Nel frattempo il cuoco, abbandonato il tavolo della colazione e avvicinatosi quatto quatto alla porta d’ingresso, osserva la scena in incognito dalla penombra del disimpegno.


<Un’artista?!> bisbiglia avvilito tra sé e sé avviandosi verso i suoi locali. <E adesso cosa preparo per cena? Se ha le stesse frivolezze del poeta in quanto a gusto, andiamo bene! C’è un giorno dico io, in cui si può star tranquilli ai propri fornelli?> e rintanatosi nella cucina pone fine alle sue elucubrazioni.


Più tardi quel pomeriggio, dopo aver passeggiato per la campagna nei dintorni della tenuta scaldati dal sole gentile di primavera, scambiando aneddoti su faccende artistiche e fallimenti amorosi, i due amici si avviano lungo il sentiero che attraverso i campi conduce ad un prato sul retro della villa; qui noci secolari e aceri campestri dimorano su un tappeto di petali variopinti.


<Aspetta! Amico mio vorrei trattenermi ancora un attimo per osservare questo arcobaleno floreale. Sto acquerellando una nuova serie di opere e qui potrei trovare l’ispirazione che cercavo.>


<Fai con comodo artista. Questo luogo è pura ispirazione in ogni angolo. Approfittane! Io raggiungo il cuoco in cucina per decidere insieme della cena, sei nostro ospite questa sera.>


<Ti ringrazio di cuore. Mi vedrai di ritorno quando lo stomaco comanderà.>


Intanto in cucina il cuoco sta armeggiando con le verdure appena raccolte. Tra le altre performance la più teatrale la esegue proprio mentre il poeta si accinge a fare il suo ingresso quando, usando un carciofo come microfono, intona a squarciagola il ritornello di “Don’t Stop Me Now”. Non appena il poeta apre la porta di servizio udendo le qualità canore del cuoco si arresta sull’uscio mentre un brivido gli corre lungo la schiena. Ed ecco che il cuoco, riaprendo gli occhi dopo lo sforzo iniziale fatto per raggiungere la nota acuta, si accorge di non essere più solo e paralizzandosi sulla vocale aperta rimane di stucco senza mutare d’espressione: osserva prima il poeta, poi il carciofo stretto da entrambe le mani all’altezza del suo naso e poi nuovamente l’amico, che ora ride divertito.


<Beh! Dunque dimmi, questo artista che gusti ha?> domanda il cuoco tentando di divincolarsi dall’imbarazzo.


<Non saprei! Ma potresti chiedergli di mostrarti uno dei suoi acquerelli. Potrebbe aiutarti a capire che tipo è, ispirando la tua mano nel creare il piatto giusto per lui> suggerisce il poeta .


<Sì, è una buona idea poeta. Ma dov’è adesso?>


<Raccoglie fiori nel parco dei noci per una nuova serie di dipinti che sta realizzando.>


<Quindi gli piacciono i fiori> asserisce riportando la sua attenzione sul carciofo. <Interessante! Forse ho già quello che fa per lui> esclama deciso e senza lasciar spazio a questioni, intima al poeta di lasciarlo solo nell’atto creativo.


<Si cena alla solita ora, avvisa il tuo amico che non sono ammesse deroghe> decreta estraendo il coltello dal ceppo e apprestandosi ad iniziare l’opera.


Il poeta esce dalla cucina con fare rassegnato; sa bene che quando il cuoco è al lavoro non ama essere interrogato. Dunque accosta la porta senza fare rumore, attraversa il corridoio che immette nel salone e prende in direzione dello studio.


All’ombra di un vecchio noce nella tranquillità del tardo pomeriggio l’artista ha aperto un cavalletto in legno, che porta sempre con sé nello zaino e fissato un supporto per acquerello osserva il prato, rapito dai colori. In uno stato di veglia incosciente estrae pennelli e pastiglie di tempera dall’astuccio. Ed ecco che bagna, mescola, impasta, diluisce e stende le tinte accarezzando la carta con il pennello. Pone il suo nome d’arte a lato scritto in lettere maiuscole con la china nera ed è fatta. Pulisce accuratamente i suoi strumenti e nel godere dell’atto rituale respira l’aria fresca della sera, che incomincia ad attenuare le differenze cromatiche del paesaggio. Soddisfatto della giornata, sazio d’ispirazione e vuoto di pancia si avvia verso la cena.

Bloom - Illustrato da Heima_____


Dalla cucina esce trionfale, a braccetto con un profumo inebriante, la voce del cuoco:


<A tavola!>


Dal tono della chiamata il poeta intende che l’opera dell’amico è ben riuscita e nel suo stomaco sa che il desinare sarà lieto.

Ed ecco il cuoco uscire dalla cucina mentre regge due piatti nella sinistra ed il terzo nella destra. Nel servire i commensali lascia che le tensioni del giorno escano dal cuore per scivolare lungo il suo camice e facendo capolino dall’orlo, cadano nel pavimento sotto i suoi piedi.


<Il poeta mi ha spesso parlato di te dicendomi che sei un ottimo amico nonché un maestro dell’arte culinaria> lo lusinga l’artista <penso che potrei trovare ispirazione nella tua cucina.>


<Come io nei tuoi acquerelli> ribatte con gentilezza il cuoco posando il piatto guarnito di fronte all'ospite.


Il carciofo alla giudia


Ed eccoli tutti e tre attorno alla tavola a gozzovigliare con le delizie preparate dal cuoco, allietati dal poeta che decanta in versi l’allegro banchetto mentre l’artista mostrando i suoi quadri riempie i loro occhi di colori cangianti e i bicchieri di rosso vino.

Buon appetito

 
 

Aggiornamento: 1 gen 2021


Qualche mese è passato da quando il cuoco e il poeta sono rientratia casa, dal loro soggiorno invernale all'estero ed in queste ultime settimane, un inverno passato in sordina, sta lasciando il posto ad una precoce primavera già sbocciata sui ciliegi sparsi qua e là, nel parco della tenuta. Nei giorni più caldi il poeta non perde l'occasione di sedersi qualche ora a meditare accanto ad uno di questi alberi; se ne sta a gambe incrociate e occhi chiusi come un piccolo buddah, con quell'aria tranquilla sul volto. Ahimè gli unici frutti che queste ore di meditazione gli portano sono vere e proprie ciliegie. La sua mente non fa altro che volare tra gli alberi nel giardino, ne immagina i frutti e la sua insaziabile fantasia fa il resto, trascinandolo in un circolo vizioso di delizie e tentazioni. <Questo vivere con il cuoco non mi giova affatto. L'unica cosa che mi ispira sono macedonie di pensieri condite da un'insaziabile golosità> pensa tra sé e sé. Arrivato a quel pensiero, solitamente decide di abbandonare la pratica, si alza e si dirige verso la porta di servizio che immette direttamente nella cucina. Una volta entrato trova l'amico cuoco, il quale vedendolo con quell'aria di rassegnazione stampata sul volto, non esita a rincarare la dose: <Poeta, com'è andata la meditazione? Ciliegie anche oggi?>

Il poeta non risponde. Si limita ad attraversare la cucina con fare disinvolto; butta l'occhio qua e là tra i tegami di rame, che scricchiolano sul fuoco e mandano aromi di prelibatezze celate da lucenti coperchi e finge un ostentato disinteresse. Quest'oggi tuttavia una pioggerellina primaverile bagna i ciliegi e costringe il poeta nel suo studio, seduto davanti alla macchina da scrivere. Non batte tasto da più di un'ora. Resta lì, seduto. Non sta meditando, piuttosto contempla un profumo che impregna ogni angolo della casa; è così intenso che nient'altro riesce a catturare la sua curiosità e convincerlo a lasciare il posto. Solo il suo sguardo si allontana. Fa un balzo oltre il vetro della grande finestra che si trova davanti al suo scrittoio, corre libero nel cortile fino a raggiungere la siepe, la percorre fino ad incontrare una piccola falla all'altezza del terreno, un cunicolo e lo attraversa perdendosi nella macchia campestre. <FINALMENTE! CI SONO RIUSCITO!> risuona nel silenzio della casa il grido esultante del cuoco. Il poeta ha una curiosità più forte dell'olfatto e non perde un attimo; si getta all'inseguimento dell'eco fino a raggiungerlo in cucina.

"Zafferano: la più rara tra le spezie dei mortali"

<Poeta devi aiutarmi!> lo aggredisce il cuoco <La mia arte è al tuo servizio caro amico, MA...devi promettermi che qualunque cosa tu sia riuscito a fare, potrò assaggiarla. Promettilo!> <Tutto quello che vuoi poeta, promesso. Ma devi aiutarmi.> <Dunque cosa posso fare per...> <Componi un'ode!> lo interrompe il cuoco senza lasciare che l'amico finisca di porgli la domanda

<Eh caro cuoco, la fai facile tu! Ma per comporre un'ode, c'è bisogno di una musa.> risponde il poeta distogliendo lo sguardo dall'amico e cercando tra i barattoli della credenza qualcosa che gli stuzzicasse l'appetito. <Ce l'ho!> risponde il cuoco senza esitazione Il poeta lascia perdere la sua ricerca e con espressione di meraviglia torna a rivolgersi al cuoco: <Ce l'hai...e dimmi dunque chi sarebbe questa musa che t'ispira un'ode...sei sempre qui a spadellare. Sarà mica una delle tue pentole!?> lo incalza <Quando dico una musa, cuoco, parlo di un essere in carne ed ossa. Una donna!> Il cuoco ne ha le pentole piene del poeta e sa come stuzzicare la sua curiosità in questi casi. <Bene!> esordisce <Tu non aiuti me e io non ti faccio assaggiare la mia ultima creazione. E bada! Questa volta è davvero divina, come la musa che me l'ha ispirata.> asserisce il cuoco volgendo gli occhi al soffitto e stringendo il mestolo al petto, con fare da innamorato. Il poeta rimane di stucco con un atteggiamento di imprevista sconfitta. Sfoglia rapidamente le pagine del suo taccuino mentale in cerca delle parole giuste per vincere l'amico, senza trovare dei versi o una rima che facciano al caso suo... ...ed in quel silenzio sospeso la coscienza del poeta, come una sottile voce interiore, lo aiuta a vederci più chiaro: <Quel cuoco è una testaccia quando ci si mette... che vuoi farci poeta, dopotutto il coltello dalla parte del manico ce l'ha lui e tu hai la penna. E scrivigli quest'ode così poi assaggerai questa divina delizia! Io c'ho fame, facciamo un lavoro di squadra. Aggiudicato! > <Affare fatto cuoco!> esclamò il poeta una volta tornato alla realtà. <Scriverò un'ode per la tua musa, ma devi darmi tutti i particolari cosicché io possa immedesimarmi e diventare te, per quel tempo in cui i tuoi occhi l'hanno contemplata.> <D'accordo poeta> iniziò il cuoco <andò più o meno così... ... entrasti tu e la stanza scomparve. Le pareti divennero alberi, che orlavano un pavimento adesso coperto di trifoglio dei campi e tarassaco fiorito. Non c'erano più il tavolo e le credenze di freddo acciaio. Il ronzio dell'impastatrice e della cella frigo divenne quello delle api, che amoreggiavano con i fiori. Scorreva acqua nel lavello , divenne il lontano gorgheggiare di un ruscello. Le voci delle altre persone presenti, adesso erano il cinguettare dei passeri, che si inseguivano tra le fronde dei pioppi. Rimasi sospeso in quell'incanto per non so quanto tempo. Ed il tempo mi fece il dono di non scorrere, ed io colsi ogni attimo per osservare. Il tuo sguardo mi avvolse come una fresca brezza, di una notte d'estate. E fu un battito delle tue ciglia a sollevare quella brezza e di quella fragranza che impregnò l'aria, sento ancora oggi le note delicate.  Per un'ora, un giorno, un mese non so dir quanto, mi sembrasti impossibile, divina ed irraggiungibile. Poi un gesto, tanto misurato quanto sensuale delle tue mani, così facili da guardare e difficili da definire con parole umane, tradì il tuo essere mortale, svelando ai miei occhi gli ingredienti che nell'anima tua si mescolano, donandoti quell'aroma che vorrei sempre respirare. In quell'istante si sciolse il tempo e svanì l'incanto. Ho tentato a lungo, invano di materializzare con la mia arte,

l'essenza di quel momento. Meditando, la tua immagine ispirò la mia mano e nel piatto miscelai il divino e l'umano. Così dall'incontro tra Ambrosia, il nettare degli dei e Zafferano, la più rara tra le spezie dei mortali, ho creato la mia ode per te.

"Risotto Ambrosia e Zafferano" <Caro cuoco non mentivi affatto dicendo che la tua musa è divina! Se lo fosse anche solo la metà di questo piatto, in ogni caso la sedia più alta dell'Olimpo spetterebbe a lei. Ma dimmi qualcosa di più...qual'è il suo nome?> domanda il poeta con curiosità. <Il nome di una dea non può essere pronunciato, se non in sua presenza> risponde saggiamente il cuoco.

<Credi che leggendo la tua ode, lei capirà? >

<Ne sono certo poeta.> <E come sai che la leggerà?> <Lei legge sempre le nostre storie. Buon appetito, poeta.>

Buon appetito



Per la preparazione di risotti speciali vi consiglio di leggere 3000 chicchi di riso di Alberto Girotto a parer mio il libro più completo sulla tradizione e l'utilizzo del riso nell'alimentazione.

In alternativa il libro A tutto riso di Gribaudo Edizioni meno succoso ma con buoni suggerimenti per la preparazione di svariate ricette a base di riso.

 
 

Aggiornamento: 9 nov 2020

Quel giorno stesso, il Poeta uscì di buon ora per la passeggiata del mattino. Attraversando silenziosamente la casa, intravide il Cuoco lavorare sodo in cucina tra mele, nuvole di farina e fragranti aromi che aleggiavano nell'aria.

Passò, senza farsi notare ed uscì chiudendo delicatamente il grande portone di legno; scese i cinque scalini che introducono al grande cortile e s'incamminò lungo il viale.


Il suo camminare fu tranquillo e rilassato, come al solito. I suoi calcoli erano sempre giusti; non c'era motivo di affrettarsi. Sarebbe rientrato a casa nel preciso momento in cui il Cuoco, finiti gli impasti e le cotture, rassettava la tavola giusto in tempo per la colazione.

Ogni mattina si svegliava al suono del crepitio metallico diffuso dalla pentola di rame sul fuoco; era il segnale che il Cuoco, aveva iniziato le prime faccende del giorno. Allora si levava dal letto, apriva la grande tenda che oscurava la finestra e lasciava entrare la luce del Sole ancora giovane, stiracchiandosi nel tepore che emanava attraverso il vetro. Così si dirigeva verso la toilette. Lì si lavava velocemente la faccia e sorrideva guardandosi allo specchio. Dopodiché tornava nel guardaroba, indossava abiti comodi e si apprestava ad uscire.


E così fu quella mattina.


Appena rientrato trovò il suo inseparabile amico che, tutto felice disponeva la tavola per la colazione, come previsto. Aveva le mani e il contorno della bocca impiastricciate di una mescola violacea.


<Qualcosa di goloso dev'essere successo!> pensò il Poeta.


Non appena la porta si richiuse alle sue spalle, vide il Cuoco alzare gli occhi dal tavolo e fissarli nel vuoto per un momento. Lo accolse senza salutarlo nemmeno.


<Poeta, ricordi la storia di Adamo ed Eva?>


<Mah...>


<Ti rinfresco la memoria! Inizia così:

"Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente...prese l'uomo e lo pose nel giardino perché lo coltivasse e lo custodisse..." Genesi 1.2.8-15 >


<Si ricordo di un bellissimo giardino...o era un orto?

Credo ci fossero anche degli animali...forse era una fattoria!>


<Dovunque fossero, se ne stavano tranquilli, seduti all'ombra dell'Albero di Mele. Intorno a loro, bellissime creature dal manto color nocciola e dalle corna regali, brucavano l'erba dei prati; gli uccelli più variopinti volavano tra le fronde degli alberi, addolcendo l'aria con il loro canto.

Godevano piacevolmente dei doni della natura, senza affanno, senza preoccupazione per il domani: si lavavano nella Pioggia, il Sole li asciugava e il Vento li vestiva.

Mangiavano, dormivano, camminavano a piedi scalzi, facevano l'amore, si rincorrevano nei prati, cantavano melodie celestiali. Raccoglievano frutti, bacche, funghi, radici. Cacciavano animali.>


<Scusa se ti interrompo Cuoco! Non ricordo tutta la storia, ma di una cosa sono certo: Adamo ed Eva erano Vegani.

Ma ti prego, continua, sono curioso. Poi cos'è successo?>


<Ah sì, la Mela!>


"...diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti»." Genesi 1.2.16-17


<Moriresti?! Non la ricordavo così! Cuoco forse ti confondi con la mela avvelenata che mangiò Biancaneve?>


<Poeta, tu la storia non la ricordi perché da piccolo non frequentavi il catechismo. Sei cresciuto con i tuoi amici, mezzi artisti, mezzi hippy, tutti pagani o atei; le mele andavate a rubarle a tutto il villaggio. Anche dall'albero di mio nonno!>


Il Poeta conosce bene il suo amico Cuoco e pensa: <Se lo lascio parlare e gli do la mia attenzione, lui darà a me uno dei suoi dolcetti, che sono sempre delle opere d'arte e ispirano la mia poesia. Così finalmente potrò tornare alla mia macchina da scrivere con la pancia piena e qualcosa da raccontare.>

<Perdonami Cuoco! Non interromperò più il filo dei tuoi pensieri. Vai avanti, sono curioso. Mi siedo qui ed ascolto.>


<Insomma Poeta, di tempo ne è passato e tutta la storia è lunga da raccontare. È ora di colazione, vorresti unirti a me? Ho appena sfornato dei dolcetti, che sono sicuro, ispireranno la tua poesia.>


<Molto volentieri Cuoco! Ho giusto un buco allo stomaco da riempire e un palato da coccolare. Siederò con te alla tua tavola, grazie.>


<Dunque, buona colazione Poeta!>


Cadeaux di mele e mandorle

- Cadeaux di mele e mandorle -



- Tartelette di mele e mirtilli -

<Quanto gusto, in così poco spazio!>


Il Cuoco mi ha raccontato una bella storia oggi...e quei dolcetti a colazione erano tentatori al punto che mi sembra di averlo vissuto in prima persona il "Peccato Originale". Mi sono sentito come Adamo con la mela in mano; guardandola nella sua perfezione avrà pensato: <La mordo o non la mordo?>

Io al suo stesso modo ero titubante davanti alla dolcezza, celata in qui fragranti capolavori.


Poi, d'improvviso ho ricordato la morale della storia di Adamo ed Eva:

"Se si tratta di mordere mele, in nome del Peccato Originale, continuate a peccare. Amate le mele e amatevi l'un l'altro!"


<Così era scritto da qualche parte nella Genesi, dico bene Cuoco?>


<Io che so la storia, non avrei saputo dirlo meglio, Poeta.>


<Allora, io mordo! E che Dio mi perdoni!>

 
 
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